Qualche anno fa, nei miei teneri 17 anni, mi capitò proprio su internet di conoscere un ragazzo. Una persona che per me è stata davvero fondamentale, che fin dall'inizio mi ha dato l'idea di qualcuno che c'ha i controcoglioni. Stasera l'ho risentito dopo tanto tempo, mi ha fatto una domanda: ma hai scritto anche di me nei tuoi blog? Io gli ho risposto di no, per un semplice motivo, un motivo che può sembrare banale, stupido, ma che è reale: non ho niente da recriminargli.
Mi ricordo ancora i primi mesi in cui ho parlato con lui, tramite IRC, tramite il vecchio msn, poi quelle telefonate fino all'alba. Dall'una alle sette di mattina, anche magari parlando di stronzate, ma parlando veramente, ridendo, a volte scontrandoci, perchè siamo diversi, ma quante ore, quante?
Posso scrivere la reale verità qui, perchè lui mi legge come un libro aperto. A volte questa non è una cosa buona, ma è davvero così.
Mi sono innamorata di lui.
Gli ho voluto davvero bene, quel bene, o meglio quell'amore (chiamiamo le cose con il loro nome) che solo nell'adolescenza si può provare. Quel sognarlo ad occhi aperti.
E non lo conoscevo. Conoscevo solo il suo nick, il suo vero nome e la sua voce.
Sembra da pazzi vero?
Eppure è così. Lo ammetto, senza problemi, visto che lui lo sa, vero? (adesso starai sorridendo, pensando questa è proprio fuori!)
La prima volta che l'ho visto era agosto. Faceva un caldo maledetto e mi ricordo ancora che io indossavo una maglietta dei Clairvoyants e che abbiamo passeggiato per una Milano deserta. Io ero in imbarazzo. Non sapevo cosa dire o cosa fare.
Lui aveva ancora i capelli lunghi. E da qualche parte c'è ancora una vecchia foto di lui quel pomeriggio.
E mi ricordo gli sms di quell'estate. A centinaia. Che per anni ho tenuto gelosamente nel mio cellulare, fino a che li ho lasciati andare, così come ho lasciato andare quel ricordo romantico di te.
E ricordo le rare volte in cui ti ho visto. Una manciata di ore passate assieme. Delle risate, qualche birra, qualche sigaretta, molti silenzi, ma mai imbarazzanti.
E mi ricordo di te, mi ricordo di come comunque siamo diventati amici.
E mi ricordo anche di poco tempo fa (forse un anno e mezzo, forse di meno, forse di più) in cui tu mi hai detto che sapevi cosa provavo. Sapevi, perchè sai leggermi dentro. Te lo dico, mi sono sentita morire. Mi sono sentita male, perchè avevo un segreto, uno solo, e l'avevo portato dentro per anni con fatica e con tanta pazienza e tu l'avevi semplicemente capito.
Forse da quegli abbracci. Di quegli addii in metropolitana, in cui io mi aggrappavo a te e trattenevo quei singhiozzi, ma sono sicura che sai anche questo.
Ho parlato di te in passato, in altri luoghi.
Ho parlato di te così tanto in passato che credevo di non avere più nulla da dire.
E invece questo fiume di parole mi è venuto fuori violento e dolce, solo a risentirti, solo a ricordare quel pomeriggio assolato di agosto.
E a pensare a quante volte ho ascoltato Think about you, a ripetizione, pensando davvero a te.
E a pensare adesso a quanto non serve sentirti ogni giorno, perchè ogni volta riprendiamo da dove abbiamo interrotto.
Quell'ultima birra in quel freddo glaciale, in quel pub quasi fuori Milano. I silenzi. Che non hanno bisogno di essere riempiti. Perchè essere vicini, da amici, e volersi bene, vuol dire anche questo. Lasciare che il vento scorra gelido e che i silenzi seguano il loro corso.
Non c'è bisogno di parole per dirti che per me sei stato importante, che per te si ho sofferto, ma che non ho mai desiderato tornare indietro, perchè le lacrime che ho versato sono il vero simbolo di quanto tu sei stato importante per me. Perchè non sono mai e dico MAI cadute a causa di un tuo gesto o di una tua parola.
Non è necessario scrivertelo, ma ho deciso di farlo. Perchè in fondo qui ho scritto di tante persone che neanche meritano una sola parola. E non scrivere di te, sarebbe ingiusto.
E non scrivere quanto è bello adesso averti accanto, amico, Ramarro (ti ricordi?) sarebbe sbagliato. Sarebbe mentire.
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